L’epigrafe di Publio Tarseo e le altre testimonianze d’epoca romana

A Torremaggiore vi era dunque una torre romana? La risposta potrebbe essere fornita, con molta probabilità, da un importante reperto d’epoca romana custodito proprio a Torremaggiore, ben visibile sulla torre campanaria della chiesa matrice di San Nicola.

La lapide, di forma parallelepipeda, in pietra calcarea bianca e spezzata in due frammenti, è posta sul paramento esterno del terzo piano del campanile, inerente la facciata Est prospiciente via Fiorentino. Analizziamo, pertanto, prima il testo dell’epigrafe latina che così recita:

P (ublius) TARSAEUS P (ubli) F (ilius) AED (ilis) TURRIM DE SUA PEQ (unia) F (aciundam) C (oeravit) EID (emque) PRO (bavit). CONST (at) (sestertium) (quindicim milibus)1.

L’epigrafista Angelo Russi, che ha studiato e trascritto il reperto, lo data intorno alla metà del I sec. a.C. per alcuni elementi che lo caratterizzano: l’ordine grafico e l’ordine letterario arcaico con cui è stato scritto.

Angelo Russi ipotizza che essa “fosse stata presa allora insieme ad altro materiale lapideo da Civitate, ormai abbandonata e trasformata dai suoi abitanti, trasferitisi nella vicino S. Paolo, e da quelli dei paesi circonvicini in cava di pietre“. Altri, invece, tra cui il Carlucci, ne danno un’altra versione che si riporta in nota2.

Veniamo ora all’interpretazione dell’epigrafe. Il personaggio, che ricopriva la carica di aedilis, curò a sue spese la costruzione di una torre. L’aedilis era uno dei due magistrati cittadini di un municipium romano, che aveva il compito di aver cura degli edifici pubblici, sorvegliare i mercati con compiti di polizia, organizzare i giochi e gli spettacoli. Si concorda indubbiamente con Angelo Russi che Publio Tarseo dovesse ricoprire tale carica, con tutta probabilità, nella città di Teanum Apulum, nel cui territorio ricadeva la zona di Torremaggiore3. Ma alla luce dello studio sinora condotto sul territorio ed esposto nelle pagine precedenti, è possibile ed è alquanto legittimo formulare una congettura diversa da quella ipotizzata dallo stesso epigrafista, circa la provenienza del reperto, in quanto il sito su cui sorge l’odierna Torremaggiore non può essere avulso dal suo naturale vissuto in epoca romana e poteva ben ostentare la sua torre romana, quale sede di una guarnigione militare di controllo, provata proprio dall’esistenza dell’epigrafe conservata sul campanile della chiesa matrice.

La presenza e l’impegno di Publio Tarseo non sembrano tuttavia esaurirsi nei limiti di un assai probabile rapporto di patronato, ma estrinsecano un gesto di liberalità verso gli assegnatari dei terreni agricoli adiacenti alla torre stessa, che possono godere di una struttura difensiva e, al tempo stesso, rispondono alle esigenze politico-amministrative del governo prefettizio locale e regionale, tendenti a rafforzare militarmente le posizioni lungo la frontiera Nord dell’Apulia, continuamente sollecitata da rivolte come quelle successe ai tempi delle riforme graccane.

Il contenuto di questo articolo si collega a quello precedente, denominato: “Torremaggiore e il suo vicus d’epoca romana”.

MONUMENTO FUNERARIO IN LOCALITÀ FIGURELLA

Tra altri ritrovamenti, avvenuti in agro di Torremaggiore, è interessante quello della località Figurella4. un monumento funerario raffigurante fasci littori ed ora conservato nel Museo dell’Alto Tavoliere. La sua struttura era forse a dado o ad ara; la datazione si pone in età augustea-primo imperiale5.

Il rilievo con fasci littori veniva utilizzato per indicare che il defunto rivestita la carica di magistrato, anche se nel nostro caso è difficile arguire a quale magistratura fosse afferente il reperto. Il monumento era posto lungo una delle direttrici viarie che congiungevano Teanum Apulum a Luceria, due città entrambe dotate di magistrature, cui erano assegnate dei littori. Dagli studi compiuti risulta che il punto di ritrovamento del reperto sia attribuile all’ager teanensis6.

TESORETTO DI DENARI ROMANI

Nella documentazione d’archivio della Soprintendenza Archeologia della Puglia risulta che un ripostiglio di denari romani, risalenti all’età repubblicana, è stato rinvenuto nel 1936 in agro di Torremaggiore, precisamente nel fondo denominato “Lucrezia”, sito in località “Portata di S. Antonio”. In un primo momento, i due toponimi, non rintracciabili sulla cartografia attuale, sono stati attribuiti all’area della Contrada S. Antonino da Capo in agro di San Severo, interessata ad estesi rinvenimenti di età romana.

Italo Muntoni ha fatto osservare che l’identificazione attribuita, pur coerente con il contesto dei rinvenimenti, risulta non pienamente confermata dal punto di vista topografico, per cui ha proposto una diversa localizzazione del luogo di interramento del ripostiglio, questa volta in agro di Torremaggiore e, precisamente, nei pressi della Masseria Figurella Nuova, dove tutt’ora esiste un podere denominato di S. Antonio7.

Altri studiosi, invece, propendono di identificare il luogo del tesoretto di Torremaggiore in un’area posta un poco più a Sud, in località Contrada S. Antonino, anch’essa situata lungo un importante asse viario, il ramo della Teanum Apulum-Luceria che passava nei pressi di Fiorentino.  

  1. L’epigrafe è stata studiata e pubblicata dal prof. Angelo Russi in: Teanum Apulum. Le iscrizioni e la storia del Municipio. Roma 1976, pagg. 50-52. ↩︎
  2. Severino Carlucci, pur mettendo in correlazione l’epigrafe posta sul campanile di San Nicola con una torre romana costruita sul sito dell’odierno Castello di Torremaggiore, distorce sia lo sviluppo dell’iscrizione latina e sia l’interpretazione del Russi, al quale egli disse di essersi rivolto, perciò ne muta gli obiettivi e le finalità. Egli va oltre l’individuazione della struttura muraria che recava l’iscrizione e le assegna una funzione tutt’altra che di semplice controllo militare del territorio. A suo avviso, si trattava di una costruzione a forma quadrata che era la parte più imponente di una grande opera idrica fatta costruire appositamente dai Romani per alimentare sia centri urbani sia semplici fattorie rurali. Riporto brevemente la sua versione: “I villani ed i coloni stanziatisi in questa zona nelle varie fattorie romane preesistenti o nelle case coloniche costruite ex novo costituirono una «Appendithia» di Teano e la Magistratura cittadina, per sopperire alla mancanza di acqua potabile in questa zona, fece costruire un acquedotto sotterraneo convogliandovi in esso le acque freatiche sgorganti dal lato meridionale della collina di Pagliaravecchia. Lo munirono di una serie di «Torri di convogliamento», di canali di discarica, di «castella di erogazione» e lo «affiancarono una strada di servizio. Stabilirono il suo tracciato lungo la linea di displuvio che da Fontananuova, per Coppa la Breccia e Torrevecchia, porta alle Masserie Cisterne»”. Riferendosi alla torre fatta costruire da Publio Tarseo, continua:
    Era di fattura quadrata e superava i venti metri di altezza. Era superiore per mole e per importanza a tutte le altre torri di servizio e per questo veniva denominata «Turris Majoria» o la «Torre Maggiore»”. E più avanti: “Torremaggiore e San Severo traggono le loro comuni origini da questo acquedotto che a ragione potrebbe definirsi «il primo acquedotto interamente pugliese»”.
    Con gli strumenti di cui si dispone non si è in grado di accertare la validità di questa tesi, che sostiene l’esistenza nel nostro territorio di un progetto d’ingegneria idraulica, in epoca romana, assai ambizioso. I dubbi restano e sono tanti. A tal proposito, il prof. Michele Fuiano nel 1987, in qualità di docente presso l’Università di Napoli, scrisse le testuali parole: “Ho letto i due articoli del Carlucci… E’ chiaro e l’ho ripetuto al Carlucci due anni fa che in quella maniera non si fa storia: anche se vi sono dei dati che si prestano indubbiamente ad ulteriori ricerche ed approfondimenti”. Fuiano M., Missiva del 5.2.1987, in: Archivio privato dell’autore del blog.
    Il Carlucci, difatti, non prova l’origine romana di Torremaggiore, né l’esistenza dell’acquedotto romano. A parte l’epigrafe di Publio Tarseo, null’altro sembra sia emerso dagli studi che possano mettere in correlazione questo reperto con quel complesso sistema idraulico, né a livello storico-letterario, né epigrafico, né archeologico. ↩︎
  3. Cfr. Panzone C., Historia di Torremaggiore e del suo territorio dal neolitico ai giorni nostri. Tomo I. Modugno, Favia, 2017, pagg. 75-76. ↩︎
  4. Cfr. Alvisi G., La viabilità romana della Daunia. Bari 1970, pag. 81. In tutta la zona compresa tra il sito archeologico di Fiorentino e la Masseria Figurella, a cavallo del canale La Bufola sono state rinvenute le tracce di varie fattorie di piccole dimensioni d’epoca romana. ↩︎
  5. Cfr. Blundo A. G., Monumenti funerari romani in Daunia, in: Atti del 17° convegno nazionale sulla Preistoria – Protostoria e Storia della Daunia (San Severo 6-7-8 dicembre 1996). Foggia 1999, pag. 311. ↩︎
  6. Cfr. Panzone C., Historia di Torremaggiore e del suo territorio, I, cit., pagg. 76-77. ↩︎
  7. Cfr. Muntoni I. M., Torremaggiore: contesto territoriale e dati archeologici, in: Notiziario del Portale Numismatico dello Stato 8, 2016, pagg. 122-136. ↩︎

Torremaggiore e il suo vicus d’epoca romana

L’attuale agro di Torremaggiore era attraversato in epoca romana da numerose strade, “il cui tracciato è stato rilevato da un paziente e metodico lavoro di ricerca sul terreno e un continuo confronto tra i reperti archeologici e le tracce che compaiono sulle aerofotografie”. Ad affermare questo concetto è il ricercatore Vittorio Russi nel suo lavoro: Le strade Romane e le origini dell’attuale Torremaggiore1.

La prima e più importante arteria romana che collegava l’area frentana alla Puglia era la via Apulo-Frentana che collegava due importanti municipi romani: Teanum Apulum e Luceria. Tale strada, secondo la studiosa Giovanna Alvisi2, prima di arrivare a Lucera si biforcava in due rami, l’uno che rasentava Fiorentino, l’altro che passava proprio per Torremaggiore.

Cartina della viabilità romana della Daunia, tratta dal volume di G. Alvisi, integrata dalla carta dei tratturi.

La deviazione di questa strada che “curvava questo Est per salire sulla collina di Torremaggiore e poi ridiscendere a Sud, passando per le masserie Posta Li Gatti e Castellana, dove sono venuti alla luce altri resti romani”3, indica chiaramente secondo il noto studioso di topografia storica l’esistenza di un abitato sulla nostra collina, precisamente di un vicus nei pressi di via Fiani, nonché di una grande villa rustica tardoantica nella zona di Torre Vecchia, sui cui resti sorse nel Medioevo la celebre abbazia di S. Pietro di Terra Maggiore4.

Il Russi riferisce che il gen. Giulio Smith dell’Istituto geografico militare gli faceva notare durante le sue ricerche che l’antico quartiere attraversato dall’attuale via Fiani ha proprio l’aspetto di un vicus romano, sorto lungo la diramazione o un incrocio della strada romana Teanum-Luceria. Ecco spiegati i motivi per cui questa strada saliva appositamente sulla collina di Torremaggiore. Ciò che all’inizio poteva sembrare solo una remota congettura, in relazione ad un trascorso d’epoca romana di Torremaggiore, è diventata alla luce delle ricerche di topografia e di aerofotometria, una tesi abbastanza sostenibile.

La probabile esistenza di un vicus d’età romana, con un cardo massimo e un decumano, nel sito dell’attuale centro storico di Torremaggiore, tra una torre posizionata ad Ovest e una grande villa rustica ad Est, spiegherebbe il modello ben squadrato dell’odierna pianta urbanistica della città, tanto da far meravigliare nell’Ottocento lo stesso topografo Matteo Fraccacreta che esclamò: “La pianta di Torremaggiore è la più ben architettata”5.

Riguardo alla torre posizionata ad Ovest, essa probabilmente è da identificarsi con la località ad pyR, riportata nella Tabula Peutingeriana, ad una distanza di otto miglia romane da Geronium, corrispondente esattamente alla distanza che intercorre tra Dragonara e Torremaggiore, pari a 13 chilometri.

Tabula Peutingeriana riferita alla Capitanata.

Considerato che i Romani usavano indicare l’ubicazione di torri di controllo col termine “ad pyR”, come si riscontra sulla Tabula nei pressi di Ausculum Apulum, si può dedurre, grazie all’indagine del Patella, suffragata dal Fiore, che con questo diminutivo i Romani intendevano non la parola “pero” da pyrum, bensì “torre”, dal latino pyrgus, derivata dal greco pyrgon6.

Alla luce di alcune considerazioni ed osservazioni sulla politica di espansione e del controllo del territorio da parte dei Romani, anche a motivo della loro repressione delle ostilità sannitiche, è possibile arguire che i nuovi conquistatori avessero costruito una serie di torri lungo la zona di confine tra la Puglia e il Sannio, che coincideva proprio con l’antica via Apulo-Frentana. A  Torremaggiore è molto probabile che fosse stata innalzata, dunque, una torre romana, indicata sulla Tabula col termine “ad pyR”, con funzione di controllo e difesa del territorio circostante. Questa struttura, molto verosimilmente, fu edificata sul medesimo sito dove successivamente venne impiantato il castrum medievale per via di una serie di scelte strategiche: l’altezza del colle, che sovrasta l’habitat circostante, la presenza di acqua sorgiva, il passaggio della via Apulo-Frentana, che in quel punto intersecava un’antica via di transumanza, la Ponterotto-Casale Novum7.

Resta inconfutabile il dato certo che l’intero agro di Torremaggiore è disseminato di tracce riferibili all’epoca romana, pertinenti sia a piccole case coloniche e fattorie, inserite nel reticolo delle centuriazioni graccane, sia a ville di dimensioni medio-grandi dotate di impianti produttivi e di parti residenziali. Tali insediamenti rurali sono stati individuati nelle località di Masseria La Cisterna8, la cui area è disseminata da frammenti ceramici e resti riferiti ad una fattoria d’epoca romana posta lungo la via che collegava Teanum Apulum ad Arpi, Masseria Li Gatti, Arciprete, Casino Celozzi, mentre più a Sud, a un km circa dalla Masseria Castellana, i lavori per la sistemazione della strada Torremaggiore-Lucera hanno portato alla luce i resti di una fattoria di epoca tardo-imperiale9.

Articolo tratto dal volume: Ciro Panzone, Historia di Torremaggiore e il suo territorio dal neolitico ai giorni nostri. L’Età antica e il Medioevo dai Longobardi ai Normanni. Tomo I. Modugno, Arti Grafiche Favia, 2017, pp. 68-73.


  1. Russi Vittorio 1972, in: Il Progresso Dauno. Foggia, 8 luglio 1972, p. 3. ↩︎
  2. Alvisi G., La viabilità romana della Daunia. Bari 1970. ↩︎
  3. Russi V., Le strade romane e le origini dell’attuale Torremaggiore, cit. ↩︎
  4. Russi V., Tra storia e archeologia, note su Torremaggiore e Fiorentino: Torremaggiore, 3 marzo 2016. ↩︎
  5. Fraccacreta M., Teatro topografico storico-poetico della Capitanata. IV, Rapsodia VIII, parafr. 17. Napoli, Coda, pag. 272. ↩︎
  6. Cfr. Patella E., Apulia.it. Ricuciture storiche e storiografiche. Torremaggiore, ET Grafiche, 2010, p. 183. ↩︎
  7. Cfr. Panzone C., L’Eredità del Castello ducale di Torremaggiore. Foggia, Leone, 1993, p. 17. ↩︎
  8. Cfr. Russi A., Teanum Apulum. Le iscrizioni e la storia del Municipio. Roma 1976, p. 224.
    ↩︎
  9. Cfr. Alvisi G., La viabilità romana della Daunia, cit., p. 81. ↩︎

Il culto micaelico nello scontro fra Longobardi e Bizantini

Prima che i Longobardi arrivassero in Puglia, il promontorio del Gargano esercitava già un notevole richiamo di pellegrini verso Monte Sant’Angelo, dove secondo una tradizione diffusa e radicata sarebbe apparso San Michele Arcangelo in una grotta sulla sommità del monte. Tale fenomeno, che lasciò di sé profonda impressione nella coscienza religiosa del Medio Evo, dovette essere davvero rilevante se il luogo divenne presto meta di pellegrinaggio universale, destinato a essere tra i più visitati di tutti i tempi. Vi passarono non solo poveri pellegrini e mercanti, ma anche nobili e guerrieri, pontefici e cardinali, principi, re e imperatori, nonché uno stuolo di uomini venerati santi dal popolo e dalla Chiesa1.

Monte Sant’Angelo, chiesa di S. Maria Maggiore: San Michele Arcangelo in un affresco d’ispirazione bizantina. Il santo, che è raffigurato con lo sfarzo di un “basileus”, vestito con clamide e lorica, appare con il globo nella mano sinistra, sul quale si staglia una croce, a significare che ogni potere discende da Dio su tutto l’universo.

I Longobardi di Benevento seppero approfittare della sacralità del santuario garganico per dare una giustificazione geo-politica del proprio potere. Prendendone possesso, in seguito ad una contesa militare con i Bizantini avvenuta intorno al 650, non solo portarono a termine la conquista di maggiore rilievo effettuata in territorio pugliese, ma si crearono lo strumento per estendere il dominio su gran parte dell’Italia meridionale. In quell’anno, secondo quanto tramanda Paolo Diacono, alcuni Bizantini o meglio alcuni non precisati Greci, identificabili forse, secondo la più aggiornata storiografia, con predoni provenienti dal Mediterraneo orientale2, attaccarono il santuario di S. Michele per saccheggiarlo. Il duca longobardo Grimoaldo I (647-662), accorso prontamente sul Gargano, respinse l’attacco dei nemici infliggendo loro una grave sconfitta l’8 maggio 650. Questo episodio ebbe una notevole eco tra i Longobardi, la cui storiografia, da Erchemperto alla Chronica S. Benedicti Casinensis, nel IX secolo ha continuato ad esaltare l’evento come frutto della protezione dell’Arcangelo Michele.

Afferma Giorgio Otranto: “Esso segnò ufficialmente l’inizio di quel singolare e duraturo legame tra la dinastia longobarda e il culto micaelico che ebbe, per tutta l’epoca medievale, numerose significative attestazioni in ambienti colti e popolari e in fonti di ogni tipo, da quelle epigrafiche3 a quelle archeologico-monumentali, iconografiche ed archivistiche… Lo stesso Grimoaldo volle e seppe sfruttare l’episodio per fini politici: si presentò come protetto dall’Arcangelo, facendo apparire quella vittoria come voluta da lui, e finì col fare del culto micaelico, praticato da Longobardi ariani e Longobardi cattolici, un instrumentum regni per l’unità di tutti i suoi sudditi.4

Dopo quella vittoria i Longobardi scelsero come loro protettore proprio l’Arcangelo, considerato il santo guerriero per antonomasia, il solo in grado di proteggerli in battaglia e la grotta divenne il loro santuario nazionale5, verso cui fecero affluire importanti lasciti e donazioni6. Forti di questo celeste patronato ed approfittando di un momento di debolezza dei Bizantini, i Longobardi seppero presto non solo assoggettare l’intera Daunia, ma estendere il proprio dominio su gran parte della Puglia e delle altre regioni meridionali.

Con l’avvento alla guida del ducato di Benevento di Romualdo I (662-687), figlio di Grimoaldo, si ebbe la definitiva conversione dei Longobardi al cattolicesimo e l’abbandono di riti ed usanze pagane a favore del rafforzamento del culto micaelico e di quello della Vergine Maria. Per agevolare l’accesso alla grotta, méta di grandi pellegrinaggi, Romualdo promosse lavori edilizi all’interno del santuario, cui fa esplicito riferimento un’iscrizione dedicatoria dello stesso committente7.


Monte S. Angelo: iscrizione lapidea di Romualdo, posta 
in posizione orizzontale al centro del pilastro, in una delle due cripte
d’epoca longobarda.

La tradizione diffusa circa le apparizioni dell’arcangelo Michele sul Gargano attirò in modo particolare l’attenzione dei popoli cristiani, tanto che il santuario-grotta del promontorio divenne meta ininterrotta di pellegrinaggi già a partire dal sec. V, in coincidenza soprattutto delle due festività dell’8 maggio e del 29 settembre, riguardanti rispettivamente l’apparitio sul monte Gargano e la inventio della chiesa8. Le folli erano attratte soprattutto in quelle due date dalla fama dei miracoli operati dall’Arcangelo, la cui virtus taumaturgica, in quei giorni si manifestava in maniera particolarmente evidente tramite l’acqua che sgorgava cristallina dalla roccia della grotta e che, raccolta con un secchiello, veniva bevuta dai pellegrini9.

Grimoaldo con la sua ascesa al trono di Pavia (662) diffuse la devozione dell’Angelo guerriero anche tra i Longobardi del Nord Italia10, cosicché l’esaltazione della tradizione garganica non rimase circoscritta agli ambienti beneventani, ma interessò anche la dinastia pavese e tutta la produzione storiografica altomedievale longobarda11.

All’espansione longobarda, corrispose anche una maggiore veicolazione del culto micaelico, tanto che l’immagine del Santo finì per essere rappresentata sulle monete e persino sugli scudi militari. Promotore ne fu Cuniperto (688-700), il più devoto dell’Arcangelo tra i successori di Grimoaldo sul trono di Pavia e, quale re d’Italia, gli dedicò innumerevoli chiese anche nel Settentrione. Secondo gli storici si deve proprio ai Longobardi, in lotta contro i Bizantini, la diffusione a livello europeo del culto dell’Arcangelo. Così il santuario di S. Michele sul Gargano si caratterizzò per un preciso ruolo di mediazione tra la promozione di una fede popolare e il consolidarsi di una politica religiosa, attestata dal consistente corpus epigrafico ed iscrizioni di apparato12, risalenti all’età longobarda.

Grotta di S. Michele a Monte Sant’Angelo: sullo sfondo, è collocata la statua dell’Arcangelo presso l’altare delle impronte.

Al tempo stesso, i Longobardi seppero svolgere uno straordinario ruolo propositivo nella transizione culturale tra la classicità e il Medioevo; un ruolo ritenuto ‘cardine’ nella elaborazione e diffusione di quelle impronte culturali, artistiche, politiche e religiose d’influenza benedettina, che dal territorio italiano si diffusero in tutta Europa e sulle quali si è articolato il successivo millennio della storia occidentale.



  1. Cfr. Cavaglieri M., Il Pellegrino al Gargano ragguagliato della possanza beneficante di San Michele nella sua celeste basilica (dal Padre Frà Marcello Cavaglieri da Bergomo dell’Ordine de’ Predicatori). Macerata 1680, pagg. 221- 520 passim. L’autore cita uno per uno i nomi degli illustri visitatori di Monte Sant’Angelo, riportando per ciascuno di essi notizie biografiche e ampi dettagli in merito alle visite avvenute. ↩︎
  2. Cfr. Bedina A., Grimoaldo, re dei Longobardi, in: Dizionario biografico degli Italiani. Vol. 59. Roma, Istituto Treccani, 2003. ↩︎
  3. Secondo Giorgio Otranto si tratta di un vero e proprio corpus epigrafico altomedievale longobardo (VII-IX secolo), che, accanto ad epigrafi “di apparato”, dedicatorie e votive, presenta brevi espressioni, semplici antroponimi e una ricca serie di linee, segmenti, nodi, stelle, figure geometriche deformate e diversi simboli, tra i quali prevale il signum crucis, eseguito generalmente in maniera assai semplice. ↩︎
  4. Otranto G. – Carletti C., Il Santuario di San Michele Arcangelo sul Gargano dalle origini al X secolo. S. Spirito – Bari, Edipuglia, 1990, pag. 41. ↩︎
  5. Cfr. Otranto G., Il “Liber de apparitione”, il Santuario di San Michele sul Gargano e i Longobardi del ducato di Benevento, in: AA.VV., Santuari e politica nel mondo antico, a cura di M. Sordi, Milano 1983, pagg. 236-240; Idem, Il “Regnum” longobardo e il santuario micaelico del Gargano: note di epigrafia e storia, in Vetera Christianorum n. 22, 1985, pagg. 165-180. ↩︎
  6. Monumenta Germaniae Historia, in: “Scriptores rerum Langobardicarum et Italicarum secc. VI-IX”. Annoverae 1878, pag. 541; cfr. Tancredi G., Apollo e l’Arcangelo S. Michele nella religione, nella storia e nell’arte. Roma 1931. ↩︎
  7. La traduzione dell’iscrizione, riportata in una mostra permanente all’interno del santuario, è la seguente: “Spinto dalla devozione, per ringraziamento a Dio e al Santo arcangelo, il duca Romualdo volle che si realizzasse (la costruzione del santuario) e ne fornì i mezzi. Gaidemari fece”. ↩︎
  8. Cfr. Otranto G., Riflessi del culto di San Michele del Gargano a Sutri in epoca medievale, in; AA.VV., Il paleocristiano nella Tuscia. Atti del II Convegno, Viterbo 1983, Roma 1984, pagg. 58-59. ↩︎
  9. Cfr. Otranto G., Il pellegrinaggio micaelico dal Gargano all’Europa, in: AA. VV., Munera Amicitiae. Studi di storia e cultura sulla tarda antichità offerti a Salvatore Pricoco (a cura di Rossana Barcellona e Teresa Sardella). Soveria Mannelli, Rubbettino ed., 2003, pag. 334. ↩︎
  10. Cfr. Jarnut J., Storia dei Longobardi. Il Giornale – Biblioteca storica n. 22. Torino, Einaudi, 2002, pag. 70. ↩︎
  11. Otranto G. – Carletti C. 1990, Il Santuario di San Michele …, op. cit., pag. 48. ↩︎
  12. Cfr. Carletti C., Iscrizioni murali, in: AA. VV., Il Santuario di S. Michele sul Gargano dal VI al IX secolo. Contributo alla storia della Langobardia meridionale, “Atti del Convegno, Monte Sant’Angelo 1978”, a cura di C. Carletti, G. Otranto, Bari 1980, pp. 7-180; Arcamone M. G., Antroponimia altomedievale nelle iscrizioni murali, ivi, pp. 255-315; Mastrelli C. A., Le iscrizioni runiche, ivi, pp. 319-336; C. D’Angela, Gli scavi nel Santuario, ivi, pp. 355-378. ↩︎